Ectoparassiti e rifiuti ingombranti

937* 24 luglio 2023

(Articolo tratto da Sinergitech)

Ai racconti e alle narrazioni di degrado urbano spesso fanno da cornice immagini di ruderi, auto abbandonate, cumuli di materiale laterizio e rifiuti di tutte le tipologie.

Per un cittadino medio lo smaltimento di mobili, televisori, materassi, elettrodomestici e altre parti d’arredamento può costituire un serio problema logistico e organizzativo, che a sua volta si riflette in chi è chiamato a gestire l’igiene ambientale di un territorio.

Se i materiali di piccole dimensioni sono spesso correttamente smaltiti secondo le regole comunali di raccolta differenziata, in molte aree d’Europa e d’Italia il privato cittadino e le Amministrazioni pubbliche possono incontrare alcune difficoltà nella gestione del rifiuto ingombrante, sia che si intenda procedere ad un corretto smaltimento sia che ci si trovi a dover intervenire direttamente sul territorio a seguito di abbandoni.

In entrambi i casi è difficile conoscere a priori le caratteristiche ambientali (o domestiche) nelle quali gli operatori sono chiamati a intervenire. La situazione ideale prevede che il cittadino conferisca direttamente nei pressi di centri di raccolta e conferimento autorizzati o chieda il ritiro a domicilio di materiali in condizioni igieniche quantomeno sufficienti; le esperienze di gestione quotidiana devono fare i conti con il fatto che, purtroppo, è altamente presente il rischio che ciò non avvenga.

Sia che questa tipologia di rifiuto venga correttamente conferito e smaltito, sia che venga abbandonato sul territorio, le strategie gestionali sono volte principalmente alla riduzione degli impatti che abbandoni incontrollati possano causare all’ambiente, non solo dal punto di vista igienico ma anche a causa della loro composizione, che può essere la più varia e comprendere anche sostanze altamente inquinanti.

Buona norma sarebbe ridurre il rischio alla radice: sono molteplici le azioni che localmente vengono messe in pratica per arginare il fenomeno, con alterne fortune: dal ritiro gratuito domiciliare al conferimento in aree predisposte.

Se da un lato la normativa sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro risulta essere chiara, anche dal punto di vista della prevenzione di tale rischio, dall’altro potrebbero sfuggire alcuni degli aspetti ed esso correlati, riconducibili ad un vero e proprio “ecosistema” di specie che possono trovare terreno favorevole nel rifiuto ingombrante, in tutte le sue possibili specificazioni.

Il focus di cui vogliamo parlare si inserisce proprio in questo punto del ciclo del rifiuto. Fatte salve tutte le dovute precauzioni necessarie ad ottemperare a quanto previsto dal D.lgs. 81/08, Dispositivi di Protezione Individuale compresi, una delle criticità maggiori legate ad alcune categorie di rifiuto sono infatti attribuibili alla possibile presenza di infestanti, ectoparassiti umani o animali.

L’ecosistema urbano è costituito da una moltitudine di specie animali, alcune decisamente “impattanti” anche da un punto di vista macroscopico (ne fanno parte i cinghiali, balzati agli  onori della cronaca in alcune città italiane), altre invisibili ad occhio nudo, di cui buona parte è costituita da insetti e aracnidi; dal punto di vista strettamente quantitativo i primi infestanti che possiamo incontrare sono decisamente piccoli, come alcune specie di acaro.

Se alcuni di questi (probabilmente la maggior parte dal punto di vista numerico, come ad esempio Dermatophagoides sp.) sono invisibili ad occhio nudo è necessario tener presente che, di contro, le loro ricadute possono essere macroscopiche: l’allergia agli “acari della polvere” può generare, nei soggetti allergici, problematiche respiratorie e dermatiti. Tali acari possono essere riscontrati su tutta una serie di arredi (materassi, tappeti, ecc.) anche nei contesti urbani più puliti. Diverso il discorso per l’acaro della scabbia (Sarcoptes scabiei) che può generare problematiche ben più gravi in esseri umani e animali domestici o randagi.

Quest’ultimo, in quanto strettamente dipendente dall’uomo per la propria alimentazione, resiste per relativamente poco tempo in caso di abbandono sul territorio: pochi giorni per le forme adulte, una decina per le uova. Se il fattore “tempo” può giocare un ruolo chiave per l’abbattimento del rischio infestazione riconducibile alle specie più piccole, non altrettanto si può dire per alcune specie di maggiori dimensioni.

Quando si pensa ad una situazione di degrado domestico, è facile effettuare un collegamento con le cimici dei letti.

Cimex lectularius è un artropode ectoparassita ematofago dell’uomo ma anche di altri mammiferi e persino di alcune specie di uccello.

È nostro “ospite” indesiderato da secoli anche se, nel corso del 1900, era progressivamente scomparso per poi, a partire dalla fine degli anni ‘90, ricomparire improvvisamente per riprendersi parte della ribalta.

Con picchi di crescita anche del 4500%, a fronte di stime che parlano di un aumento globale tra il 100 e il 500% annui, il boom della cimice dei letti può essere ricondotto ad una molteplicità di fattori, tra cui un aumento degli spostamenti internazionali di esseri umani e merci, nonché ad una possibile resistenza ai piretroidi.

La temperatura ottimale di vita della specie si attesta intorno ai 30 gradi, con minimi di 13-15 °C e massimi di 36-37°C per lo sviluppo delle uova.

In questo caso, pertanto, è la temperatura che può essere considerata un fattore chiave nell’analisi del rischio.

A rendere maggiormente difficile la gestione di questa specie sono le sue abitudini ecologiche, in quanto gli esemplari tendono a rintanarsi e a nascondersi dalla luce in crepe e fessure, anche di arredi e relativi complementi (poltrone, divani, materassi, preferibilmente in superfici come tessuti, legno o cellulose), per fuoriuscire nelle ore di buio attirati da calore ed anidride carbonica.

Tendono a formare colonie molto numerose, con tutte le ricadute gestionali e sanitarie conseguenti.

Se la loro individuazione è facilmente  riscontrabile a causa degli eritemi pruriginosi che causano, non è da sottovalutare il fatto che le cimici dei letti possono essere portatrici di numerosi agenti patogeni all’interno del loro apparato gastroenterico.

La difficoltà di gestione della cimice dei letti è acuita dal fatto che essa può essere trasferita da un ambiente ad un altro anche solo per transito in aree infestate o contatto con superfici nelle quali siano presenti.

Le tracce della loro “attività” possono essere diverse a seconda del grado di infestazione di un luogo o di una superficie.

Possono essere evidenti macchie di escremento, presenza di esuvie o carcasse.

Le fasi di trasporto e ritiro dei rifiuti ingombranti, anche in questo caso, devono essere attentamente pianificate, al fine di evitare ricadute igienico sanitarie agli operatori e ridurre il rischio di espandere le popolazioni.

Sempre decisamente piccole ma facilmente riscontrabili in tutte le aree urbane anche caratterizzate dalla presenza di animali domestici o randagi sono le pulci.

Con il termine “pulce” si individuano di norma alcuni insetti dell’ordine dei sifonatteri (Siphonaptera) o degli afanitteri (Aphaniptera).

Sono parassiti esterni ematofagi che si cibano del sangue di mammiferi e uccelli; sono comunemente conosciute o identificate in base alla specie dell’ospite privilegiato, come per esempio Pulex irritans (parassita dell’uomo) Ctenocephalides canis (parassita del cane), Ctenocephalides felis (parassita del gatto), Nosopsyllus fasciatus e Xenopsylla cheopis (parassiti del ratto). Il fatto che alcune loro fasi di sviluppo (principalmente larvale), come per le cimici dei letti, siano caratterizzate da fototropismo negativo, le rende di difficile individuazione e gestione.

Ad aggiungere una, seppur lieve, difficoltà gestionale potrebbe essere la presenza di animali selvatici o randagi, che potrebbero trovare riparo o rifugio nei pressi degli accumuli di rifiuti ingombranti, anche e soprattutto se essi sono dispersi in aree verdi urbane o periurbane (es. discariche abusive).

Può essere buona norma cercare tracce di passaggio di ungulati o segni di alimentazione da parte di animali randagi, soprattutto se si è nei pressi di possibili fonti di cibo (es. rifiuti edibili, umidi, ecc.).

Spesso associate alla presenza di animali selvatici, anche in città possiamo trovare altre specie di artropode, in questo caso aracnidi, comunemente definite con il nome di zecca e rappresentate principalmente dalle famiglie Ixodidae e Argasidae.

Anch’essi sono parassiti esterni di animali a sangue caldo e hanno dimensioni variabili da qualche millimetro a circa un centimetro; per le loro abitudini alimentari sono meno facili da trovare nei pressi di rifiuti ingombranti rispetto agli altri ectoparassiti di cui abbiamo appena discusso ma, soprattutto nel caso abbiano già effettuato il pasto di sangue, sono di dimensioni riscontrabili anche ad occhio nudo.

Spesso legate a condizioni di disagio o a carenze manutentive a carico delle abitazioni sono le blatte, in tutte le specie normalmente riscontrabili in ambito domestico.

Poiché tendono a rintanarsi o a deporre le ooteche anche nei pressi di elettrodomestici o altri arredi, non è da escludere che possano nascondersi in anfratti non visibili immediatamente ad una prima ispezione.

Anche in questo caso alcuni accorgimenti possono aiutare l’operatore deputato alla raccolta o rimozione dei rifiuti ingombranti, come la presenza di escrementi, parti di carapace o carcasse, nonché un caratteristico odore tipico delle specie.

Se alcuni accorgimenti, derivanti anche dall’esperienza quotidiana, possono essere tenuti in considerazione nella gestione delle specie che abbiamo incontrato in questa breve disamina, è comunque necessario che il rifiuto ingombrante (sia esso ancora all’interno dell’abitazione o sul territorio) venga considerato come un vero e proprio microhabitat, con tutte le ricadute gestionali, igieniche e sanitarie ipotizzabili.

È pertanto necessario gestirlo come tale, prendendo tutte le precauzioni utili all’abbattimento del rischio qualora le condizioni siano chiaramente compromesse o possano lasciare adito a dubbi, ponendo, almeno in questo caso, la salute e la sicurezza degli operatori in primo piano.

 

Vuoi saperne di più? Scrivici senza impegno!

    Torna in alto