Coronavirus: ultime informazioni sulla diffusione patogena

296* 16 febbraio 2021

Le ultime informazioni diffuse dagli esperti dicono che il rischio di diffusione del patogeno sarebbe pressoché nullo sulle superfici, contrariamente a quanto si credeva fino ad ora.

Il Coronavirus sopravviverebbe sulle superfici per ore e non per giorni.

In questi mesi di pandemia si è sentito tutto ed il contrario di tutto, e la ridda di informazioni trasmesse ai cittadini dagli esperti, spesso contradditorie le une rispetto alle altre, non ha fatto altro che creare una gran confusione.

Il denaro speso per sanificare aeroporti, mezzi pubblici come treni e metropolitane o singoli negozi sembrerebbe perdere logica.

Secondo le ultime teorie degli esperti, infatti, sarebbero poco consistenti se non completamente prive di fondamento le prove che il virus possa diffondersi anche grazie al semplice contatto con superfici eventualmente infette.

Meglio sarebbe concentrarsi su ciò che può restare nell’aria in ambienti affollati, pur restando sempre importante lavarsi le mani con acqua e sapone o disinfettante per 20 secondi.

Ma per osteggiare la diffusione del patogeno in ambienti chiusi piuttosto che concentrarsi sull’igienizzazione delle superfici parrebbe ora più saggio migliorare la ventilazione e la filtrazione dell’aria.

Kevin P. Fennelly (specialista delle infezioni respiratorie del National Institutes of Health) sostiene che: “A mio parere molto tempo, energia e denaro vengono sprecati per la disinfezione delle superfici e, cosa ancora più importante, distogliendo l’attenzione e le risorse dalla prevenzione della trasmissione aerea”.

Pare anche che gli spray disinfettanti, ideati per irrorare ad esempio il personale dell’aeroporto di Hong Kong con lo scopo di proteggerlo dal Coronavirus, non abbiano una grande valenza.

Secondo Shelly Miller, esperto dell’Università del Colorado Boulder, sostiene senza mezzi termini che la soluzione dell’irrorazione disinfettante non ha alcun fondamento per quanto riguarda la lotta all’infezione: “Non riesco a capire perché qualcuno dovrebbe pensare che disinfettare una persona intera ridurrebbe il rischio di trasmettere il virus”.

Tornando alla questione superfici, la confusione maggiore è probabilmente nata proprio a causa delle scarse conoscenze del Covid-19. Dato che altri disturbi respiratori come il semplice raffreddore e l’influenza possono generarsi anche dal contatto con superfici contaminate, si era pensato che per il nuovo patogeno le condizioni di trasmissione potessero essere identiche.

Si parlava di una sopravvivenza fino a 3 giorni su superfici come acciaio e plastica (allarme rientrato successivamente perché ha preso piede la teoria secondo cui si tratterebbe solo di frammenti già “morti” del patogeno e non più in grado di infettare).

Col tempo il rischio di diffusione aerea del Coronavirus ha acquisito maggiore rilevanza: il Covid resterebbe sospeso per ore in aria, causando situazioni di pericolo in ambienti al chiuso affollati e scarsamente ventilati.

È solo a luglio che qualche esperto, basandosi anche sui dati del Sars-Cov (il responsabile della Sars 2002/2003), ha parlato esplicitamente di una eccessiva preoccupazione per il rischio di diffusione del patogeno tramite le superfici piuttosto che nell’aria.

Il microbiologo della Rutgers University Emanuel Goldman afferma che “Per il virus originale della Sars, la trasmissione dei fomiti era molto minore. Non c’è ragione di aspettarsi che il parente stretto Sars-CoV-2 si comporti in modo significativamente diverso in questo tipo di esperimento”

Dopo Goldman, numerosi esperti hanno chiesto all’Oms di riconoscere quei dati e solo in seguito alle pressioni ricevute quest’ultima ha decretato il maggior pericolo di diffusione del patogeno in ambienti chiusi e poco ventilati come uffici, ristoranti, locali pubblici e luoghi di culto.

Troppo tardi, dato che ormai era già scattata in tutto il mondo la paranoia superfici e l’igienizzazione degli ambienti interni.

Se il covid-19 è nell’aria, dobbiamo continuare a disinfettare le superfici?

Gli oneri pubblici (e non solo) dovrebbero puntare più sul controllo e il rinnovamento degli impianti di ricambio e filtraggio dell’aria negli edifici.

Negli articoli pubblicati anche durante il lockdown di primavera, avevamo parlato dello Zefiro 300, un progetto derivante da uno strumento gemello destinato alle strutture ospedaliere.

Il suo continuo funzionamento in presenza di persone abbatte in modo dinamico la crescita della contaminazione ambientale e la mantiene costantemente bassa.

Il funzionamento in presenza di persone è reso possibile dalla presenza di un sistema di schermi ottici brevettati che eliminano qualunque rischio di irraggiamento indesiderato. Infatti risulta essere innocuo e privo di effetti collaterali in quanto la radiazione uv-c è rigorosamente confinata all’interno del dispositivo.
Per tale motivo non ci sono limiti riguardo i potenziali ambiti impiegabili.

Ed anche nello stesso periodo avevamo scritto del recente studio che aveva dimostrato che in ambienti dove si concentrano molte persone, soprattutto molti malati, potrebbe rendersi necessario sterilizzare in qualche modo l’aria che passa nei condotti, per evitare che vi si accumulino quantità di virus che possono essere rischiose (in una stanza in cui è presente a lungo una persona infetta, il suo respiro continua a concentrare particelle virali nell’aria).

I ricercatori del Montefiore Medical Center, dell’Ospedale dell’Università della Pennsylvania, del Massachusetts General Hospital, della Harvard Medical School e del Brigham and Women’s Hospital hanno studiato articoli scientifici pubblicati tra gennaio e settembre 2020, nonché studi pertinenti e rapporti istituzionali o governativi, per determinare capacità di replicazione, possibili host e fattori ambientali che contribuiscono alla trasmissione della COVID-19.

Hanno scoperto che, sebbene diversi studi sperimentali suggeriscano che le particelle virali potrebbero vivere per ore dopo esser state depositate su superfici, gli studi effettuati nel cosiddetto «mondo reale» riportano livelli molto bassi di RNA virale nell’ambiente.

Prove evidenti da casi e rapporti di cluster indicano che la trasmissione respiratoria è dominante, quindi vicinanza e ventilazione degli ambienti sono i «determinanti chiave del rischio di trasmissione». Mentre quella attraverso superfici di materiali «risulta insolita» e «anche nei pochi casi in cui si presume possa essere avvenuta, la trasmissione respiratoria non era stata completamente esclusa»

 

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